....:possa tu scorrere attraverso il mondo entro docile forma di splendore mai estinto:.... .come fuggevole ombra.
col senno del noi mi è tutto più chiaro. soprattutto le parole che ancora non hanno preso corpo. e quelle che non sono incominciate. mi sembra esatta la solitudine che sfuma in miseria. così come il tacere, quasi sempre a sproposito. sono io e mi gestisco io, niente da compartire, le briciole dell'intimità. non vedo l'ora di rimetterti la bocca addosso, di infierire su certi indugi, di piangere a catinelle se ti fermi una volta di troppo. mentre il cielo crolla sulle ginocchia, mi pare sia la vita a non finire mai.
io non lo so. non so in che modo tutto questo potrà. io non ho mai voluto niente. non ho mai voluto niente in un modo così atroce. a te non dispiace, vero? se ti parlo di queste cose. e potrei dirti anche. posso dirtelo mentre dormi, perchè così. beh, il mio segreto è al sicuro. che poi chissà se per te è un segreto. io sono forte. mi sento forte. o meglio: mi sono sentita forte fino. fino a un po' di tempo fa. fino a quell'odore. eppure. eppure io so. o almeno lo immagino. sì, certo, fare bambini. lo so. ma quello che non posso immaginare. no, non posso assolutamente. è di non desiderare. assolutamente. anche se forse, quando sarà il momento. in fin dei conti. ma forse i conti sono già finiti. il fatto è. certo, tu hai ragione. mi dirai che non sta scritto da nessuna parte. che il tempo e i modi. già. che sei fatto così. è questo il punto. precisamente. perfetto, adatto, consono. un miracolo. io voglio. io devo farcela. devo meritare in qualche modo di. tu lo capisci. però lo sconforto mi esaspera. e il prezzo. cazzo. e se. se tu non riesci ad amare così come sono. beh, hai ragione tu. perché non ci riesco neanch'io. se tu non puoi amare me, dico. non posso nemmeno io. e non c'è nessun limite. nessuno, nessuno. non c'è niente che non farei. per fare in modo che tu voglia. per sapere cosa si prova. a mettersi un attimo fra le tue mani. mi segui? a lasciarsi curare. e non solo. io non lo so. so che le parole sono troppe.
pazienza: qualità di chi sopporta serenamente avversità, molestie, contrattempi anche molto spiacevoli. tipo quando ti detesti impunemente davanti a me e poi ti vendichi. non capisco perché continuiamo a liberarci di tutti gli altri uomini, delle donne e dei marciapiede. e non ti venga in mente di sederti sulle mie ginocchia a raccontarmi cosa diavolo ti passa per la testa o fra le mani. anche se sarei curiosa di sapere se hai intenzione di vivere senza di me ancora per molto. se credi di esistere per davvero fuori da qui, fuori da me. non lo so se quella che sono per te sia vera o possibile. però mi fai impazzire quando lanci i sorrisi che non mi permetti di guardare, quando ogni giorno c'è un sollievo che striscia verso casa. potremmo volere nella stessa stanza, quando non c'è nessuno a invidiarci o nient'altro. e invece c'è sempre un altro posto in cui sarebbe meglio stare. sola con tutte le intenzioni che ho rincorso, etichettato e ingoiato al posto d'ingoiare te. se fossi solo nel corpo sbagliato non sarebbe abbastanza, se questa vita non avesse più solo il mio odore, di cos'altro avresti bisogno? impazienza: il non tollerare, il non sopportare. tipo il tuo amore per le mie spalle che se ne vanno. delle due, luna, persino quella di questa notte, troppo lontana dalle tue finestre
giocano a fare i grandi, i bimbi: cullano l'orsetto e lo mettono a dormire, come i grandi con loro. scrivono i nomi del compagnetto di classe, della compagna di giochi, lo scrivono fino a farsi male ai polsi, come i grandi con i propri amori di lettere e nottate. guardano foto per ore, s'impettiscono e si guardano negli specchi, come la mamma o il papà. cucinano polpette di terra e rubano fiori dalle aiuole, come i grandi e le loro cenette, sognano di fare gli operai o le gattare, si spiano e si scoprono, proprio come gli adulti. amano la cioccolata e gli animali, vaneggiano di pace e sogni nel cassetto, quasi come me. tu prendi un bambino, uno qualunque. e spiegagli che cos'è l'amore. digli che non è letterine e giochi al dottore con quello della IIIB, stringi le sue manotte e diglielo, cazzo. che lo fai per il suo bene, per condannarlo a cercare il piacere nel dolore, per tutta la vita, così si abitua. che gli stai solo rendendo tutto più semplice, che non si può vivere di favole e ninnananne. schiaccialo contro un muro, su di un prato o sul divano e digli che è bello, che ha fatto bene a provocarti, che gli vuoi bene. prima di perdere la testa, digli che ha gli occhi belli, che se lo dice alla mamma lo mette in punizione, così la smette di giocare e non se ne parla più. digli che ti piace tantissimo. se gli scappa una lacrima, digli che i bimbi grandi non piangono mai, bacialo sulle palpebre serrate e smetterà, così gli vuoi più bene, così non piangerà mai più. mai senza sentirsi sporco, o troia, poco virile o debole. guardalo, burroso e nudo, con i piedini accartocciati nei calzini, sparagli una bella lampada addosso e uccidi tutti gli spogliarelli che dovrà censurarsi, per sopravvivere. digli che è il ragazzino più bello del mondo, o un cucciolo di dea, e vedrai che non crederà più a nessun altro, quando fra vent'anni qualcuno gli giurerà che è splendido, che ha perso la testa, che è la cosa più bella che abbia mai visto o che si farebbe ammazzare per difenderla. non ci crederà perché il primo amore, in fondo, non si scorda mai, e quello sei tu. scapperà lontano e resterà tutto tuo, pensando a quando con quelle mani grandi gli hai tolto la dignità per sempre, l'hai rinchiuso in una piccola bolla di silenzio, angoscia, terrore e vergogna. senso di colpa: lo spazio finisce, il tempo si ferma in quel momento. la bolla è piena ma non scoppia mai, non c'è aria né posto per chicchessia. perché é minuscola, ha le pareti unte e in bocca quel sapore ferroso di sangue. non ci sarà l'imbarazzo tenero della prima volta, né l'idea che qualcuno sia per sempre, perché per sempre ci sarai sempre e solo tu. gli altri andranno o verranno mandati via se chiederanno di fare l'amore occhi negli occhi, perché rantolando gli chiedevi "di chi sono questi occhi? dimmi che sono miei perché sennò mi arrabbio". non potrà darli mai a nessuno, gli occhi, perché li ha dati a te per sempre. e sarà l'ultima cosa che ricorda. del resto è lui che ha giocato a fare il grande, che ha preso delle decisioni più grosse di sé. spiegagli così che l'amore non è il lavoretto per la festa del papà o aspettare che torni la mamma per farle vedere che i giocattoli sono ognuno al proprio posto, tutto contento sapendo che non dirà niente, ma che sarà contenta. né fare merenda con la biondina che abita di fronte o il gattino tigrato. queste sono idiozie da bambini: l'amore sarà non farselo scappare mai, la fatica non odiare l'intero genere umano; sarà contare fino a mille per non vomitare, per non impazzire. sarà non morire d'infarto se un giorno gli capitasse di nuovo di far l'amore per la prima volta.
mi siedo sulle sue cosce nude e leggo fino al mattino. m'inarco un po' e mi confondo di pressione. lui poi mi fa il solletico. e io mi ricordo di quando mi sono resa conto per la prima volta di non poter aver un ruolo in questa vita con gli occhi grandi. ero affacciata alla mia finestra sul lidl, in quel paradiso pazzesco e nuovo, mentre uno stiletto mi trapassava i polsi, da parte a parte. ho battuto la testa al muro, ho pianto e me ne sarei andata per sempre. ma poi non l'ho lasciato mai. perché mi ha sempre dato la possibilità di cercare un modo, di scovare un angolo in cui poter dissimulare. e di spalmargli nella bocca il retrogusto di ciò che avrei voluto dargli. il retrogusto del tutto che provo e che mi umilia. perché lui a volte mi umilia, mi fa sentire idiota e mi spezza le gambe. sempre sull'orlo del più bello. e se non lo fa lui lo faccio io: glielo devo, faccio i salti mortali per salvare questa spensieratezza (che, a sua volta, ci ha salvato tante volte). é un patto di sangue: lui mi ha liberata dal dolore, da grossi vuoti siderali, dal senso d'irrealtà in cui mi barricavo. ha resuscitato la donna, ha accarezzato la madre, ha sedotto l'amante e l'ha lasciata lì a bramarlo, ha stretto le mani alla compagna, ci ha camminato accanto, ha vomitato sulla pancia della consigliera, le ha tolto il fiato e il sonno, ha goduto della musa e poi non l'ha degnata di uno sguardo, l'ha messa nei panni della sorella e l'ha scopata mentre l'amica non guardava, ha fatto piedino alla collega, senza il più pallido imbarazzo, l'ha portata in giro come una moglie e si è venduto il suo anello, l'ha soffocata con l'odore incestuoso del padre e l'ha sbattuta in un orfanotrofio. ha fatto questo e altro. ho sempre dovuto ricambiare lasciandolo andare, non stringendo troppo, non chiedendo più del dovuto, contando fino a ennesime attese, traducendo in dolci e inutili cazzeggi ciò che lo terrorizzerebbe a morte. che lo farebbe andare via per non tornare. ho stracciato lettere, mi sono sempre ricucita con un fazzoletto in bocca, zitta zitta altrimenti se ne accorge. quando ho sofferto l'ho fatto senza disturbare, ho ansimato di nascosto, vergognandomi dei miei aborti di esplosioni. ho permesso che altri si prendessero il mio piacere che invece era solo suo, perché non era inelluttabile come invece il mio, perché lui non l'ha mai voluto. come quella mattina, singhiozzavo nella vasca, seduta sui talloni, odiando il corpo sbagliato e sporco o i lividi, perché non avevano la forma delle sue mani. eppure sono così contenta quando è qui, che non m'importa affatto se mi vuole o no. anche incazzata a morte, stanca, irritata o triste, sono così felice, da odiarmi perché non posso rendere felice lui. lui che diventa grande vicino a me e io che lo voglio sobrio, libero e completamente pazzo. voglio che faccia di me esattamente quello che vuole. per amore delle sue mani sulla faccia, della sua bocca addosso, di come ride e per la sua pancia. per la sua voce, per il coraggio, per il suo odore, per gli occhi e per il suo amore vigliacco. per questo bambino e quest'uomo, io getterei via tutto il resto.
mi sono chiesta mille volte come facessi ad andare via. prendere le chiavi, una palpata alle tasche, c'è tutto, giacca, un bacio strappato e via. avrei dovuto provarci prima ad andarmene anch'io. ho perso un sacco di tempo a pensarti pazzo. invece il silenzio, i quattro giri attorno alla rotonda. nessuno. e dove s'è nascosto il mare? il gelo che ti spacca mani e torpore, un sorriso inatteso e la lana in bocca. tutte quelle luci gialle in fila. oggi, poi, era un po' natale. adesso lo so: è come un dio quando se ne torna fra le nuvole. è il riappropriarsi dello spazio. acceleri e pensi fammi male ma non trattenerti più. poi l'abbrivio e la discesa, immaginando che un giorno arrivi qui e mi racconti tutte le cose che ti succedono adesso, in questa vita lenta senza di me. le mani che vanno da sé, che ti rimboccano gli occhi, mi riportano a casa, poi le sento sulle chiavi e poi silenzio. l'odore di questo guscio fuorimoda: vorrei lasciar cadere tutti i coltelli, dalla parte del manico, in una volta sola. e subito dopo vorrei fonderli, gocciolarli piano piano, fino a morire di nausea. e poi vorrei buttarmi a letto, finalmente stanca. adesso lo so: tornarsene in sé con quel retrogusto di libertà, pensando che son passati già dieci minuti; che li hai odiati e amati insieme, consumati e percorsi uno a uno. invece che dormire in diagonale, con un vago senso d'abbandono e un altro d'ingiustizia profonda. adesso so tutto e t'invidio col senno del poi, sono contenta e saltello da un portacenere a un kiwi. capisco e se vuoi facciamo un po' cambio. eppure vorrò ancora vederti restare.
ciao sono io. chi? io. scusa: ho un cane stitico e uno flautolento, ti richiamo. driin. perché non mi hai chiamata? hai detto che avresti richiamato tu. no, non adesso: fino a ora. ah. credevo ce l'avessi con me. ce l'ho con te: non mi hai mai più fatto sapere niente. di cosa? di niente. neanche tu. sì, ma io ti stavo aspettando. da lì? ovvio, da qui. è troppo facile aspettarmi da lì, lo sai che non mi ci posso avvicinare. cos'è, ti hanno diffidata? m'è parso di sì. ti è parso: è questo il punto. ma perché proprio da lì, dico io? come avrei potuto aspettarti in qualunque altro posto che non fosse questo? io sono questa. io sono qui. beata te. che sono questa? no, che sei lì. anche io sono questa. non direi proprio, tu hai ancora tempo. per cosa? per vivere, innanzitutto. o almeno così dovrebbe essere. innanzitutto, e poi? per diventare una persona migliore. migliore di? altre persone. anche di voi? soprattutto. ah. credevo di essere spacciata, che fosse una questione ereditaria, astrale, esoterica e ineluttabile. non lo è. non è scritto da nessuna parte. ma non lo vedi che sono uguale a voi? no, non lo vedo e non è vero. smettila di barcollare dietro a questo muro, di traballare avvinghiata a questi cordoni. dacci un taglio, vieni a darci un bacio e torna ai tuoi miracoli. io non so come si fanno i miracoli. i miracoli succedono: non hanno certo bisogno di te, chi ti credi di essere? questa sì che è una bella domanda. ci sono cose che non vedono l'ora e cose che non aspettano altro. che non vedono l'ora di? che non aspettano altro che? te. sì, sempre le stesse, a me, però, non interessano. no. non parlo di quelle. parlo delle stesse e identiche cose che vuoi tu, dalla prima all'ultima. non è possibile. e invece sì. non sai di cosa parli, tu non capisci, la situazione è molto complic.. ma basta, non se ne può più: continui a far la gnorri e io non ho tempo da perdere con certe vigliaccherie. fai come credi, ma almeno non lamentarti, visto che dipende da te. cosa? tutto. ora il gatto fa le fusa, devo andare. cerca di rilassarti, vedrai che andrà tutto bene. tutto cosa? tutto. mh. ti voglio bene, sai? l'ho sempre saputo, però che fatica. schh, l'ultima parola me la prendo io, dovresti saperlo. certo che lo so.
niente prediche, lo so: è atroce. non dovrei. bla bla bla. è la vita che continuo a far succedere (qua dentro, al sicuro dalle emicranie). spalmata sulle tue lenzuola o sul ciglio della strada. non è pensare al posto tuo: è vivere al mio. è il contrappasso idiota agli schiaffi sulle guance già in fiamme. alle secchiate d'acqua e spilli. alle meduse in mezzo alle cosce. quando ti allatto e tu mi sbrani. quando mi fai volavola e poi mi lasci schiantare (ruzzolare i denti sull'asfalto). mi hai vinta all'asta. hai puntato come un pazzo, sempre di più, le maniche a brandelli, il doppio, il quintuplo, il contrario di gratis. nessuno ha ribattuto. sono una sega al rialzo. hai puntato troppo? io devo figurarmelo. perché ho visto le tue spalle andare via più spesso che i tuoi desideri. mi mancano. capisci che succederà e che io devo sopravvivere. che non puoi ammazzarti di beneficenza. che la domenica mattina non si può tosare una foresta pluviale. che ti uso per sentirmi viva, per non dormire sotto scacco, perché blaterando del tutto non mi chiederai mai niente. tanto le risposte le sai già. come e quando vado, fingo e vengo. la faccia con cui ti avrei sedotto, salda su queste gambe, le tende rossosangue e oro. unisci i puntini dall'uno a noi e fatti due risate. vedrai che lo sapevi già. e quando te ne sarai andato, un bel respiro profondo e giù i pantaloni, occhi chiusi: saranno i morsi di una vita da vivere (più accattivante di questa). sarà il caldo del respiro mozzato in gola, il bagnato della gioia quand'è letale. io godo la goduria che sia già successo. prendo i sogni, li lecco e li accartoccio. quel rumore croccante per ore, nottate intere. è lui che mi culla, mi stringe, mi accarezza e mi addormenta. mi racconta la favola di te che mi racconti le favole e poi ci dormiamo addosso. non sono affatto mostri, non sono angosce, fanno paura solo a te. sono le vie di fuga che mi permettono di non scappare quando mi fai un po' paura. quando mi manchi e mi fa male, a dir la verità.
a volte arrivi a spappolarmi il petto, a sfidarne la consistenza, a rimbalzarci sopra e spremerlo. e poi basta un dettaglio - un tendine o, che so, un angolo - tutto torna al proprio posto. come se niente fosse stato. poi sfarfalliamo da un fiore a un vassoio, dalle stelle a domani. che poi diventa tre giorni o sei. un po' mi viene paura di impazzire, un po' mi rotolo o cerco. è una gioia melmosa, è il fascino irresistibile delle mani sporche, delle labbra secche. quando girovago e sbatto ai cadaveri che non riesco a seppellire, alle emozioni che implodono, ai desideri che prima o poi dovrò quantomeno esprimere. tu torni solo se smetto di aspettarti, a bruciarmi gli occhi, a rotearmi il mondo. torni per dispetto, a dirmi di sì, a chiedermi ancora, a chiedermi adesso. ma non smetti mai di scivolare, di giocare a nascondino, di barare. perché lo sai che ti metterei le mani al collo fino a farti diventare mio. che farei di tutto per difenderti, persino da te stesso. ed è questo il punto, vero? il gioco a somma zero in cui ci hai scaraventati. tu o io, verremo al pettine. e io contro di te non voglio vincere.
gentile cliente, siamo lieti di comunicarle che abbiamo appena buttato nel gran cesso virtuale del nostro sadismo avido di spazio tutta la sua vita epistolarelettronica. perché lei e i suoi codardi tentennamenti avete dimenticato di controllare questo fangoso indirizzo per troppo tempo. i nostri banner non hanno potuto sfavillarvi negli occhi per mesi e mesi; i nostri spam e i millemila kb di stronzate giacevano accalcati nella casella, ormai stremati. una cosa inammissibile. e lei cosa faceva, nel frattempo? si chiedeva come e se fosse giusto e quale fosse il modo migliore? chi fosse quella gente, se fosse il caso di sapere e che loro sapessero? perché continuassero a scrivergli, a cercarlo? se lo amavano? se vi tradiva? con loro? per sentirsi buona, avrà anche pensato di non voler spargere in giro questo dolore, anche a loro. ma ora può dirla la verità, si vergognava a scrivere che gli controllava la posta di nascosto? che brutta figura, signorina. ah, dimenticavo: non le abbiamo lasciato neanche gli indirizzi, così la prossima volta se ne ricorda di sicuro e controlla la posta più spesso. niente da fare, non ci provi neanche: niente mail, niente indirizzi. ma stiamo già provvedendo a mandarle un po' di pubblicità fresca fresca di conio, così occuperà l'attesa in modo intelligente. attenda che scrivano di nuovo, speri che non si siano stancati del silenzio giungendo alla conclusione che non ne vale più la pena. perché lui, sì, è incostante, ma un anno è troppo. o che non stiano lì a pensare che lui sia stronzo, arido o chissaccosa. peccato, cara cliente, proprio adesso che credeva di aver trovato una soluzione. la soluzione. dire le cose come stanno, ora che comincia a farci l'abitudine. scrivere con un sorriso rassicurante che la smettano, che non se la prendano con lui, che alla vita piace giocare con la vita al gatto e al topo, che gli indirizzi email non muoiono come muoiono le persone. che lui è morto e che gli porgiamo i nostri più cordiali saluti.
crown me. anchor me. o, cazzo, rispondi al citofono. al telefono, almeno. alle serenate. alla telepazzia. fa un freddo sporco e io vorrei muffire. per le cose che continuo a vedere, per l'odore e i tarli sulle cornici delle finestre. ti ho portato l'amerenda. altri due squilli e chiudo. non puoi lasciarmi sola in questo schifo. un'altra canzone e me ne torno a casa. sei tu che mi hai chiamata, no? dì di no, adesso. e cosa hai fatto tu per esserne degna, maitresse? che ti godi il teatrino di due pulcini al circo degli orrori. non sono la tua finestra sul mondo dalla reggia dei rimpianti. non sono ciò che tu non hai mai avuto il coraggio neanche di guardare. non verrò a salvarti e se non la smetti subito neanche a seppellirti. anche se t'intrufoli viscida persino su questa strada. che, per la precisione, non è affatto la tua strada. è la strada mia. e adesso porta a lui. porta qui a tremare come una foglia idiota. basta lo dico io. citofono un'altra volta e basta. è che voglio le mani sulla testa, altrimenti non dormirò mai più. perché non rispondi? non sarò il dio che hai invocato né posso salvarti. però mi scomodo.
guarderò con te tutto ciò che vorrai metterci fra le mani. saremo noi ad andare alla montagna, a scalare il cielo che hanno capovolto nel nome del padre. al moralismo becero raffazzonato per il figlio. a tutto ciò che non andava chiesto, messo in discussione o nel carcere della ragione, per grazia dello spirito santo. ti prometto che ci sarà un giorno in cui danzerai abbracciato a quella libertà, scivolando scalzi sul marmo del mio salone. vi ammirerò roteare innamorati persi e suonerò fino a spezzarmi i tendini. sarò altro e lo stesso insieme, in disparte e dentro. sentirti tremare attraverso le mie mani, piangere lungo le mie guance. con il cuore in gola. me ne starò nel mio cono di gioia, nel mio angolo di luce, imbambolata per sempre dal tuo coraggio. ubriaca di fiducia, assordata dal crollo delle mura. estenuata da tutta una vita di travaglio, dai giri di cordone attorno al collo delle madri che ci hanno soffocato o mai partorito. da quel dolore al petto del primo respiro, che non riesco a immaginare ma ricordo perfettamente. come fosse la notte scorsa, o mezzora fa, o tutte le volte in cui.
mi sento sotto un treno. non prima che passi o dopo che sia passato. sotto un treno e basta. appallottolata fino ad annusarmi. vorrei vomitare ciò che mi passa per il corpo. infilarmi tutta nei buchi vuoti come la vita, rannicchiarmi. pensare per l'ultima volta alle ossa spappolate, ai pugni nello stomaco, alle guance scavate, a quel dolore sordido e bollente, alle gambe spalancate un centimetro prima che si spacchino, ai rantoli, alla fronte contro il gelo, all'odore rancido della morte che se ne va, al dover fingere, ai giocattoli che volano dal terrazzo, alle lamiere, ai referti, ai furti di contatto, alle elemosine, alle lacrime che sprofondano in un deserto di sale, ai contrappassi, ai contrabbassi, alle preghiere bestemmiate contro il vento, ad alcune parole, a tutte le promesse, alle attese strazianti, ai giorni stanchi, alle porte in faccia, alle botte, al terrore, alle forche caudine, ai lavaggi del cervello, a certe intransigenze, alle cose che avrei dovuto, a quelle che avrei voluto, alle voci che è ora di lasciar andare, a quell'angolo buio, all'autobus che mi lasciò nel bel mezzo del niente, ai tarocchi, alle vene in mille pezzi. pensarci ancora una volta. mettere in fila le parole, i fatti e il mondo. per poi scoppiare in lacrime in quella bocca, succhiargli il fiato e i desideri, le lacrime e gli inferni. sapere tutto, senza chiedere. dire molto e poi scoprire che era troppo, che il tutto s'incontra soltanto per dirsi addio.
le conoscevo queste ore. le avrei polverizzate con la scusa del vento, crogiolandomi nell'irresitibile goduria dell'assenza. porterò questa notte a compimento svolazzando come un clarinetto lontano, senza esagerare. un pochino, una ninnananna. invece di guardarmi intorno e provare sdegno e pena per le vite di chi m'inciampa all'orizzonte. questa sera avrei solo portato a spasso le mie certezze arroganti, le vette e gli abissi. e i proprietari di queste vite non avrebbero capito, né si sarebbero nauseati del girotondo di miserie in cui sono intrappolati pur avendone tutto il diritto. avendoci investito una vita intera, essendosi compromessi, impegnati e assunti delle responsabilità. oggi risparmio un po' di fegato e un po' di pazienza. non mi presterò alle catarsi, ai dialoghi con i lati oscuri, alle condoglianze brutali. sarà anche che non mi era mai successo di non decidere cosa sentire, provare, immaginare o come. e che mi piace moltissimo.
dio delle vertigini, tu che non sai risparmiarti, lo sai che a volte c'è il tutto con il vuoto attorno? lasciami dormire. e tu smettila di massacrarlo in contumacia.
e guerra sia, fra i tuoi monologhi e le mie voci sole. per non stringere fino a fracassare tutto. condannati a prostrarci, tutti, per gli sgambetti della vita. beffarda, stronza e benedetta vita. che si nutre di carogne e poi s'insinua, nei gesti piccoli, nei grembiuli e nelle giornate. arriverei a tradirti per sentire quella fiducia, addentarla un istante prima che mi venga tolta. ma riusciremmo persino a vivere all'indietro, io e te. a godercela. lo sai già. e cosa vorrei parlare a fare non ne ho proprio idea. forse é per il tonfo: per l'urto delle sfacciate nostre somiglianze. o per farci piedino durante un banchetto di veleni. a volte mi pare un lungo baciare un'ombra. i miei gomiti si chiedono come facciano tutti quei frammenti a non avere alcuna speranza di realtà. sarebbe uno scontro mortale. come sogno sapendo di sognarti. mentre ti masturbi con la fame, con la sete e con la paura. io però conto di smetterla. mi stancherò di sniffare esplosivo contemplando la fine del mondo. detonerò bestemmiando amore fino a che l'ultimo blasfemo non si sarà vomitato sulle scarpe. e sarò estenuata. mi ci vorrà un posto per riposare, per undici anni almeno.
maledetto, mi strisci negli occhi. mentre porto avanti e indietro la stessa tua sconfitta, con una faccia diversa. e trascino i sorrisi di un'attrazione gravitazionale. di quel bacio che non so se te ne sei reso conto. se la forma straripasse nel contenuto, sfondasse i filtri della ragione. mi metterei a spolverare la collezione di gesti e farfalle che centelliniamo con libidini lente o letali. in ginocchio, arrampicata sulla scala del tuo altare, strisciando persino la faccia sul pavimento. carponi, nuda, starnutendo. via gli aloni, i batuffoli e il tempo. sospeso, sparito, svaporato e sciolto. andremmo pronunciati a voce alta, noi, in mezzo a un chiasso assordante. perché tutte le volte in cui ci siamo sussurrati, io non ne ho capito niente. cioé. nell'istante in cui succede lo so cosa vogliamo dire. cosa significhiamo. un attimo dopo non lo so più. cosa voglio da noi, non lo so proprio. dovremmo andare avanti a squarciagola. o indietro, in alto, o dove sia. in un posto qualunque, per precipitare dall'alto, monsieur, e farci un male boia.
cosa c'è da dire? quando le mani, passando, hanno sciolto i nodi scorsoi con cui mi sarei impiccata (nel caso in cui ci avessi arenati o persi)? le parole ingoiate che scalciano nel ventre, succhiate dal basso. non ce ne sono più, da nessuna altra parte. dove i macigni dolorosi, dove le cose perdute o le rassegnazioni ripide? precipitiamo al cielo, amore mio, cacciati dall'inferno. per aver dato fuoco alle fiamme. guardato il terrore dritto negli occhi. affondato i denti nell'aorta di chi ci ha presi, scuoiati e gettati in un angolo buio. e stuprandomi i sensi hai riaperto le ferite marce, le hai leccate e benedette. da qui posso forse ricominciare a respirare. scegliere di poter guarire. e tremare di gioia (perché non c'era freddo). questo è tutto tuo, consacrato. sospeso nel bilico del tempo che ci vorrà per risparmiarci un'altra implosione. e quest'alba è dolce. come, adesso, la strada che porta al dopo. non lasciarti solo.
cercano il fondo di questa provvisorietà, alle volte. abbaglierebbero i tuoi occhi miscredenti. gli occhi che ho scelto, queste mani blindate. poi le beffe del tempo, il buio ingiusto e le distanze fuori controllo. con la rincorsa del sole, un colpo di grazia ai miei pomeriggi. sei comparso lieve fra il cuscino e le gocce di quel bicchiere. poi la musica e non ne ho capito niente. c'è un tempo in cui io possa aspettarti? incastonata negli strati d'animo del mondo intero. portami oltre la malafede delle nostre miserie grandi. portaci via.
a me invece scoppia la testa. è l'intelletto che scivola nel piacere e poi nel dolore, nell'imbarazzo e nei piedi che si aggrappano al pavimento. voglio i quattro minuti in cui tutto è vero. per questo equilibrio esatto (fra l'urgenza di darti ciò che ti appartiene e il desiderio scabroso che il mondo finisca adesso). ridammi il mio punto di nonritorno, maledetto ladro. dimmi dove l'hai nascosto o giuro che vengo a cercarlo. ogni tanto lo intravedo, ma tu sei il più bello dei giocolieri. è stato fra i tuoi denti, lo so, come un morso su un capezzolo. ti ho schiuso le labbra per cercarlo e non c'era più. e martellava ancora. fra pollice e indice, fra un respiro e un'apnea. l'hai nascosto fra le parole, sotto le ascelle, dietro un orecchio. nei tuoi sogni a occhi aperti e nelle mie maledizioni. fra una risata e un soffritto. persino fra i dadi di un paroliere. il mio prestigiatore delizioso. il contorsionista attonito che con una mano stringe e con l'altra allontana. l'hai messo fra le righe, mimetizzato con il tuo odore, spalmato sulle mie stesse mani e non me ne sono neanche accorta. provo ad afferrarlo ed è già da qualche altra parte. fra le rughe attorno agli occhi, un giorno mi spieghi come hai fatto. ridammelo al cospetto della tua voce. quella del tuo cervello, dico. quella che ho sempre immaginato come una tortura. come un'agonia di domande e confessioni. perchè mi strapperebbe tutti i pensieri di bocca, se volesse, quella voce. sento la paura fottuta che ci portiamo dentro capitolare lentamente nell'abbraccio di tutto ciò che è nostro. che, paziente, ci spetta.